
Ci sono nomi che sono già soprannomi.
Quando Speranza entrò nella scuola di tango lui non lo sapeva, noi nemmeno ma il tango sì. Il tango stava lì, confuso coi principianti che principiavano, affamati e assetati di passi, di musica, di metri di milonga. Il tango stava lì e se la rideva, mentre Speranza come tutti noi prendeva la botta in testa.
E’ una cosa precisa, che arriva in un momento preciso, la botta in testa: può succedere alla prima lezione, o anche prima, qualche volta, raramente, molto dopo, ma succede. E la vita – come il tango – si divide in prima della botta in testa e dopo la botta in testa.
Speranza è piccolo, magro, con luminosi occhi azzurri e un sorriso generoso. Crede nel tango, e il tango – che suole ricambiare ogni cosa – crede in lui, in qualche misterioso modo che a noialtri sfugge.
D’altronde, per quanto sembri esile e distratto, nella sua taglia di pensionato extrasmall, Speranza ha tempra di maratoneta: può fare 18 chilometri di sentieri sui Nebrodi e poi 18 tande di seguito, a volte con lo stesso passo con cui affronta la faggeta e sconfigge il pendio.
Crede in YouTube come altri in San Gennaro: ha sempre un nuovo video da raccontare, da commentare, da – agh – provare in milonga. Ma questo, che di solito è estremamente imbarazzante – poche cose sono micidiali come la didattica da YouTube, per giunta in mezzo alla ronda – con lui diventa divertente, perché gli si perdona ogni cosa: Speranza ha cuore e sorriso.
Chissenefrega dell’asse, dei passi, del giro che deraglia o della guerra dei sessi sull’ocho adelante. Chissenefrega della postura garibaldina, del controtempo che è, appunto, assolutamente contro il tempo.
Speranza ha una fiducia, nel tango e nell’Altro, che – da sé – balla benissimo. La sua fiducia balla molto meglio di lui. E noi tutte adoriamo ballare con la sua fiducia.
Speranza crede nella trasmissione del tango come i missionari nel Congo credono all’insegnamento delle scritture. Non c’è donna – principiante, avanzata, bella, brutta, femminona o sarchiapona – che Speranza non abbia provato, anzi che non sia riuscito a far ballare. Non c’è donna che possa presentarsi in milonga – anche solo a guardare, ad accompagnare un’amica o a chiedere dov’è il bagno – che lui non abbracci subito, e conduca su su per gli otto passi, sotto la faggeta. E si sa, quella è quasi sempre una strada senza ritorno.
Perché Speranza c’ha la pulsione didattica. No, non quella insopportabile che hanno certi uomini: fai così-quando ti spingo qui alza la gamba sinistra-quando penso questo passo fallo. Speranza ti dice: ora facciamo il passo di Arce (o di Gavito, o di Balmaceda, o… ), ride e ti porta chissà dove, tra faggete, pendii, curve strette, sentieri.
Chissenefrega se non viene bene. La sua fiducia nella fiducia sì che viene bene. E il tango, mescolato alla folla che suda, si agita, si esibisce, si ronda e si gronda, se la ride soddisfatto. Lo sa che la speranza è una delle sue cose migliori.
